Taranto, sentenza storica sull’ex Ilva: “La salute vale più del lavoro”
Taranto celebra una sentenza storica sull'ex Ilva: la salute prevale sul lavoro. Scopri la battaglia di Andrea e Simona Peluso per un futuro migliore.
Quando abbiamo firmato questa class action Andrea aveva otto anni. Non credevo neanche fosse possibile ma gli avvocati mi hanno rassicurata. Mi ricordo che gli ho detto: ‘Tu firmi e quando avrai diciotto anni sarà tutto risolto’. Lui ne ha tredici e i giudici hanno sancito che la parte a caldo dell’acciaieria deve essere chiusa perché la salute viene prima del lavoro. Non è una sentenza che ci ha lasciati in lacrime ma ci ha dato grande soddisfazione. La sentenza che ci ha fatto piangere è stata quella del giudice che ha risarcito una famiglia per la malattia rara e degenerativa che ha colpito la figlia. Le malattie che ci sono qua a Taranto non si trovano neanche nei libri di medicina. Ma vogliamo parlare di Ferruccio de Bortoli che sul Corriere della Sera ha scritto che la nostra è una città che non è stata capace di accogliere la grande industria che ha portato occupazione? Credo che l’intera vicenda dell’acciaieria di Taranto sia la trama dei peggiori difetti del Paese. Non ci voleva de Bortoli a spiegarcelo, ma lui non lo ha capito che la fabbrica non serve più. La Puglia è una delle mete turistiche più ambite al mondo. Dobbiamo puntare su quello. E poi mi scusi, un giornalista che non ha mai messo piede qua che ne sa?
È il 30 ottobre e la Corte Suprema di Cassazione ha scritto la parola fine in merito alla class action intentata da Andrea e Simona Peluso, madre e figlio di 13 anni, che si sono battuti contro l’inquinamento dell’ex Ilva di Taranto. Andrea è il più giovane dei 52 soggetti che hanno chiesto il risarcimento dei danni alla salute e la chiusura della parte a caldo dell’acciaieria. La Suprema Corte ha stabilito che il diritto alla salute non è negoziabile. La chiusura della parte a caldo dell’acciaieria è una battaglia che avete combattuto da soli?
Come è iniziata la vostra battaglia?
Con Andrea facevo parte dell’associazione ‘Genitori tarantini’. Stavamo davanti alla fabbrica a manifestare, ci siamo incatenati e abbiamo fatto cinque giorni di sciopero della fame. Da sola ho portato avanti la battaglia contro l’amianto presente nell’ex Ilva. Nell’area a caldo ce ne sono ancora oltre 2.000 tonnellate. Un giorno mentre manifestavo sono stata avvicinata da alcuni lavoratori che mi hanno detto che se avessi saputo quello che c’era dentro sarei scappata via. Mi hanno spiegato che durante la pulizia della fabbrica si sollevano polveri che si depositano ovunque. Ho cominciato a documentarmi e mi sono rivolta al sindaco, che è il garante della salute pubblica. Mi è stato detto di rivolgermi alla Asl. Ho scritto al direttore generale e sono stata ricevuta da un funzionario che mi ha ascoltata senza darmi una risposta. Ho anche scritto alla Procura della Repubblica e non ho avuto risposta. Ci sono state anche denunce da parte delle forze dell’ordine, ma mi sono sentita dire che erano coperti da immunità penale. Ho scritto al presidente della Corte Costituzionale, non ho avuto alcuna risposta. Ho scritto al presidente della Repubblica. Mi è stato risposto che la mia lettera è stata girata al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali. Questa è la situazione che abbiamo dovuto affrontare. Se non fosse stato per la magistratura, che ha preso in mano la situazione, non avremmo avuto alcun supporto dalla parte delle autorità locali.
Che cosa chiedete adesso?
La fabbrica deve essere chiusa. Basta con questa aria fritta. Gli incidenti sul lavoro che avvengono lì dentro, le polveri sottili che fuoriescono. L’Italsider è stata una privatizzazione sbagliata. Hanno cambiato le leggi a seconda delle necessità. Mi chiedo se la fabbrica sia ancora necessaria. La Puglia è una delle mete turistiche più ambite al mondo. Dobbiamo puntare su quello. E poi mi scusi, un giornalista che non ha mai messo piede qua che ne sa?
Avete mai incontrato il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, o il sindaco di Taranto?
No. Non ci hanno mai ricevuti. Non ci hanno mai degnati di uno sguardo. Non hanno mai voluto ascoltare le nostre istanze. Ci hanno sempre ignorati. E questa è la cosa che fa più male. Perché noi non siamo dei fanatici. Noi siamo dei cittadini che vivono qui, che respirano questa aria, che vedono i loro figli ammalarsi. E che chiedono solo una cosa: giustizia.